Professionalità: una questione aperta


Ciclicamente nascono nuove “reti” di informatici professionisti e inevitabilmente si torna a parlare del valore della professionalità. Qualcuna di queste “reti” esiste già da qualche tempo… e ha già prodotto una sorta di “prezziario”.

Il problema rimane il solito: quantificare il livello professionale troppo spesso imprecisabile di molti di coloro che si definiscono o sono definiti “informatici professionisti”.

L’attività di informatico ha, infatti, attirato troppo di frequente persone di varia formazione (semplici diplomati, laureati in psicologia, economia, ingegneria, lettere, giurisprudenza … e chi più ne ha più ne metta) che per sbarcare il lunario, pur senza una specifica preparazione, si sono messe a lavorare alla bell’e meglio improvvisando cosa fare e cosa dire, quasi che l’informatica fosse qualcosa di assolutamente nuovo e per questo da inventare.

L’informatica è invece una disciplina scientifica sviluppata e diffusa da decenni soprattutto all’estero (in Nord America in particolare) che ha accumulato un bagaglio di nozioni, tecnologie e metodologie che un professionista vero dovrebbe conoscere assolutamente. Quindi non basta saper “installare Windows” o fare “stampa unione” tra Word e Access, per definirsi esperti informatici.

Dice Frankl: “La massa non sopporta la singolarità”.

Intende dire che se si considera un uomo solo come un tipo, ci si può esimere dal considerarlo prima un singolo; e ciò è innegabilmente molto comodo.

Altrettanto comodo per esempio è giudicare un motore tenendo solo conto della marca di fabbrica o del modello del tipo di “costruzione”. Chi viaggia con un’auto di una certa marca o utilizza un certo computer sa bene che cosa si può aspettare circa il rendimento di tali strumenti.

Anche per giudicare un cane ci si può affidare ai canoni della razza a cui appartiene. Tutti comprendono che un barboncino ha doti diverse da un cane pastore tedesco. Per l’uomo le cose sono diverse. Non può essere ridotto ad un tipo, non può essere, secondo me, “calcolato”, “classificato” a priori.

Ecco perché non credo nei tariffari per questa professione nè credo si possa e si debba procedere alla “separazione” in classi e sotto gruppi, in base al tipo di studi che si sono fatti. Ci si dovrebbe vendere sul mercato come “mano d’opera specializzata”, perché è questo quello che siamo, niente di più e niente di meno del ragioniere contabile o della commessa del negozio, dell’idraulico o del meccanico. Perché è questo quello che il mercato chiede, non ministri dell’economia o stilisti, non scienziati o costruttori di automobili.

È il ragionamento che già fanno da almeno dieci anni a questa parte all’estero: dove badano alla sostanza e non ai “blasoni nobiliari”.

Se proprio intendiamo realizzare un “prezzario”, spero soltanto di non leggere assurdità come quelle di un documento uscito alcuni anni fa, secondo il quale il compenso mensile di un addetto al data entry sarebbe di 280 euro al giorno…

“A quale prezzo devo rivendere i miei servizi a un’azienda perché la mia vita lavorativa sia in equilibrio con il costo del lavoro, i diritti e le prestazioni di un lavoratore medio che opera sul mercato?” Dario Banfi prova a rispondere con questo foglio di calcolo elettronico realizzato per individuare il costo orario di una consulenza.

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Rem tene, verba sequentur


“I migliori consulenti che ho conosciuto sono molto esperti nel far uscire le informazioni già dagli incontri preliminari, e profondono molte energie, nella fase che precede i primi incontri, per accumulare più informazioni possibili sul cliente, la sua struttura ed il mercato di riferimento. Se vi pare una task inutile posso garantire che, nella mia esperienza, più preparato arrivi agli incontri preliminari, più “conosci la materia” (rem tene), il prodotto o servizio, il processo ed il contesto nel quale si svolge, maggiore sarà la percezione di valore che riuscirete a generare con le Vostre proposte (verba sequentur), ed in conseguenza di ciò, tutte le fasi successive vi vedranno in una posizione migliore per imporre con successo le convinzioni procedurali frutto dell’applicazione delle vostro competenze.”

È un brano di un post molto interessante scritto da Angelo Pallanca per il portale dei consulenti ICT (www.consulenti-ict.it) che consiglio di leggere per intero.

Brain bombing


In questi giorni mi capita di viaggiare spesso in auto e quindi mi faccio compagnia con la radio, in attesa che un giorno esca la versione “audiobook” di SiciliaInformazioni…

L’impressione che ho, quando sento le notizie dei radiogiornali è che ci sia una volontà ben precisa di bombardare l’ascoltatore per indurre le conseguenze della cosiddetta “information overload”, ossia il sovraccarico da informazioni.

Esistono decine di libri su questo argomento e sui subdoli effetti sull’uomo. Tutti sintetizzano il concetto che noi esseri umani, dato che abbiamo una quantità limitata di risorse cognitive, limitiamo inconsapevolmente la capacità di prendere decisioni razionali. Meno risorse cognitive possiamo dedicare a prendere una decisione, minore diventa la nostra capacità di prendere una decisione razionale.

Qual’è dunque l’obiettivo di chi ci bombarda di informazioni, spesso inutili? Senz’altro quello di automatizzare i nostri comportamenti, per indurre azioni non meditate, non valutate accuratamente, che scattano semplicemente perché sono “le prime che ci sono venute in mente” oppure perché sono “quelle che abbiamo fatto tante volte in passato” oppure “perché quelli attorno a noi si comportano cosi'” e tante altre possibilità che hanno in comune una cosa: la mancanza di un vero processo decisionale consapevole.

Insomma, si ha la tendenza a rimanere “legati” ad un’idea che ci siamo fatti sulla base di informazioni preliminari, anche quando evidenze successive contraddicono quell’idea iniziale.

In questo modo le informazioni che riceviamo all’inizio del “bombardamento” sono quelle che poi perdureranno nella nostra mente come “valide” e tenderemo a memorizzare le nuove informazioni che confermano la nostra
convinzione. Le informazioni che la contraddicono, per quanto numerose o autorevoli, diventeranno più difficili da considerare.